Autore Topic: ALTO UFFICIALE DEI CARABINIERI AIUTO' LATITANZA DI BERNARDO PROVENZANO  (Letto 6215 volte)

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Offline Mimì Metallurgico

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Colpo di scena nel processo per favoreggiamento aggravato all'ex generale dei Carabinieri Mario Mori; secondo le dichiarazioni del pentito Stefano Lo Verso, vicinissimo al boss Bernardo Provenzano, l'ex superlatitante, oltre che da esponenti politici, sarebbe stato aiutato nella latitanza da un "alto ufficiale dell'Arma dei carabinieri".


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Offline Mimì Metallurgico

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“MEGLIO AVERE UNO SBIRRO AMICO CHE UN AMICO SBIRRO“.
« Risposta #1 il: 20 Settembre 2011, 18:10:08 »
“Meglio avere uno sbirro amico che un amico sbirro“.
 Parola di Bernardo Provenzano. La “perla di saggezza” del padrino corleonese è stata raccontata ai magistrati palermitani dal pentito Stefano Lo Verso e ora è agli atti del processo Mori. Il pentito ha raccontato come dopo che Provenzano ebbe rivelato la sua identità fosse stato preso dalla paura di ospitare un così importante latitante. Ma il padrino l’avrebbe rassicurato: “Stai tranquillo, io sono protetto da politici e dalle autorità, in passato sono stato protetto da un potente dell’Arma”. Nel luglio 2004, mentre si trovavano a Vicari, Provenzano fece delle “confidenze importanti” a Stefano Lo Verso. La fiducia reciproca e il grado di confidenza era cresciuto e Lo Verso sostiene che Provenzano gli avrebbe esposto quanto accaduto dopo le stragi. “Mi confidò – si legge nel verbale riassuntivo dell’interrogatorio del 6 luglio 2011 – che ‘Dell’Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l’onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel ‘94 a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto ho fatto votare Forza Italia’”. Parola di Provenzano. O meglio, parola “de relato” dell’ultimo padrino di Cosa nostra a cui, in quanto garante degli accordi e dei nuovi equilibri, sarebbe stata garantita l’inafferrabilità: una latitanza sicura. Per i pm elementi che si incastrano nell’impianto accusatorio, così come il foglio trovato nella cella di Vito Ciancimino in una perquisizione risalente al 1996. “Per quanto riguarda il piano cosiddetto politico, io d’intesa con i carabinieri sono partito per Palermo il 17 dicembre 1992 per quel contatto concordato. Sono tornato (a Roma, ndr) il 19, lo stesso giorno alle 17,30 ho avuto un incontro col capitano. Lo informai che avevo avuto il contatto e che la risposta l’avrei avuta martedì”. Questo il contenuto del documento ancora in fase di decriptazione da parte degli inquirenti. Chi avrebbe incontrato Ciancimino? Perché specifica il “piano politico”?

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ARCHIVIATA LA DENUNCIA DI CALUNNIA SPORTA DEL GENERALE DEI ROS MORI
« Risposta #2 il: 22 Settembre 2011, 00:28:42 »
 Ci furono "plurime omissioni" nelle indagini sulla cattura di Bernardo Provenzano. A dirlo e' il gip di Palermo Maria Pino nelle motivazioni della sentenza con cui ha archiviato l'inchiesta per calunnia a carico del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, l'ex ufficiale del Ros che ha denunciato di essere stato intralciato dai suoi superiori nelle indagini sull'allora superlatitante Bernardo Provenzano. Riccio e' l'accusatore del generale dell'Arma Mario Mori finito sotto processo per favoreggiamento alla mafia proprio a seguito delle sue dichiarazioni.

"Le acquisizioni istruttorie - scrive il giudice - confermano la sussistenza delle plurime omissioni che, nell'ambito delle investigazioni finalizzate alla ricerca del latitante Bernardo Provenzano, hanno contrassegnato l'attivita' istituzionale dei carabinieri del Ros nell'arco temporale preso in considerazione. Le medesime acquisizioni - prosegue il gip - vieppiu' asseverano il convincimento che dette omissioni, gia' valutate come assolutamente incompatibili sia con un'efficace e cristallina strategia investigativa sia con la specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalita' del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu, siano state finalizzate a salvaguardare lo stato di latitanza di Provenzano e, nella stessa ottica, a preservare dalle iniziative dell'autorita' giudiziaria gli associati mafiosi Giovanni Napoli e Nicolo' La Barbera, che quella latitanza hanno lungamente gestito".

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NUOVE RIVELAZIONE PENTITO:"BINNU" ORDINO' DI VOTARE PER FORZA ITALIA
« Risposta #3 il: 30 Settembre 2011, 23:45:03 »
"Bernardo Provenzano mi riferì di accordi politici con Dell'Utri, dopo le stragi del '92-'93, che costituirono la base su cui la mafia decise di appoggiare Forza Italia". E' l'ultima rivelazione del pentito Stefano Lo Verso, per anni vicinissimo al capomafia corleonese Bernardo Provenzano, detto "Binnu".

"Dell'Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l'onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia", avrebbe detto Provenzano. La conversazione con Lo Verso risalirebbe a luglio del 2004.

Le sue dichiarazioni sono state depositate oggi al processo per favoreggiamento aggravato al generale dei carabinieri Mario Mori. Il collaboratore ha riferito ai pm che tra i benefici previsti dal presunto accordo tra mafia e Dell'Utri c'era anche il mantenimento dello stato di latitanza di Bernardo Provenzano.

La latitanza di Provenzano sarebbe stata coperta, oltre che da esponenti politici, da "un alto ufficiale dell'Arma dei carabinieri". Il collaboratore di giustizia, vicinissimo al padrino di Corleone, che ospitò mentre era ricercato, ha raccontato di avere raccolto, tra il 2003 e il 2004, le confidenze del boss sulla rete istituzionale che coprì la sua latitanza.

Il racconto del pentito potrebbe entrare tra le carte del processo Mori: il pm Nino Di Matteo ha depositato davanti alla quarta sezione del tribunale, che processa l'ufficiale, i verbali con le dichiarazioni di Lo Verso che verrà sentito in dibattimento ad ottobre. La procura ha sollecitato i giudici ad ampliare il capitolato di prova e sentire il pentito anche sulle ultime circostanze emerse negli interrogatori.

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 ''Toto' Riina mi parlo' del papello e della trattativa, per la prima volta, certamente prima della strage di via D'Amelio''. A ribadirlo, deponendo al processo per favoreggiamento aggravato alla mafia all'ex generale dei carabinieri, Mario Mori, e' il pentito Giovanni Brusca. Il collaboratore che, correggendo una prima versione, aveva gia' anticipato la trattativa ai giorni che intercorsero tra l'eccidio di Capaci e quello di via D'Amelio, ha voluto aggiungere nuovi particolari sul punto e ha chiesto ai giudici di tornare sul banco dei testimoni. Questa e' la cronologia dei fatti ricostruita da Brusca: Riina, tra fine giugno e inizi luglio del 1992, a margine di un summit di mafia a casa del mafioso Girolamo Guddo gli avrebbe detto che ''lo Stato finalmente si era fatto sotto e che lui gli aveva dato un papello con una serie di richieste scritte''.

Successivamente Brusca e il capomafia corleonese si sarebbero visti in un'altra occasione per programmare un duplice omicidio ma non sarebbero tornati a discutere del papello. Il 16 luglio del '92, tre giorni prima dell'omicidio di Borsellino, Brusca avrebbe incontrato il boss Salvatore Biondino che gli avrebbe accennato ad un ''lavoro da compiere''. Il pentito avrebbe poi capito che si riferiva alla strage di via d'Amelio. Sempre in quella occasione, Biondino gli riferi' da parte di Riina di sospendere i preparativi di una serie di attentati progettati a politici come l'ex ministro Calogero Mannino. Infine Brusca ha ricordato di avere rivisto Riina a meta' agosto del '92. Il pentito ha voluto ricordare la scansione temporale di quei mesi a riprova del fatto che di trattativa si parlo' prima dell'eccidio di via D'Amelio. In occasione dell'incontro di agosto, a cui erano presenti anche i boss Vincenzo Sinacori e Leoluca Bagarella, sarebbe venuta fuori l'esigenza ''di dare un altro colpetto per far tornare qualcuno a trattare''.

BRUSCA, SPATUZZA MI PARLO' ATTENTATO OLIMPICO - "Fino a quando Gaspare Spatuzza non me ne parlò non sapevo del progetto di attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. Fu lui a dirmi che serviva per vendicarsi dei carabinieri che non avevano rispettato i patti". A rivelare il particolare sul fallito attentato all'Olimpico del '94, in cui sarebbero dovuti morire decine di carabinieri, il pentito Giovanni Brusca che ha deposto, oggi, al processo per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo, a carico dell'ex generale dei Carabinieri, Mario Mori.

Brusca, che aveva già testimoniato al dibattimento, ha chiesto di tornare in aula per chiarire alcuni particolari della sua testimonianza e, però, ha anche inserito nuovi argomenti tra i quali, appunto, quello della mancata strage del '94. Il collaboratore ha specificato che anche il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro GLi parlo' di un progetto di vendetta nei confronti dei carabinieri senza, però, fare riferimento all'attentato all'Olimpico.

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"Abbiamo nelle mani Schifani, Dell'Utri, Cuffaro e Romano". È la frase che il pentito Stefano Lo Verso, deponendo nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, ha riferito ai giudici riportando quanto gli avrebbe detto Nicola Mandalà, boss di Villabate.
Il processo è quello che vede alla sbarra l'ex generale dei Carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento a Cosa nostra per il mancato arresto di Bernardo Provenzano nelle campagne del palermitano nel 1995.
Lo Verso, che ha accompagnato Provenzano nell'ultima fase della sua latitanza, ha sostenuto in aula che il boss Mandalà gli aveva parlato di Schifani come amico e socio di suo padre. Oltre al presidente del Senato ha tirato in ballo
anche il ministro dell'Agricoltura Saverio Romano, il senatore Marcello Dell'Utri e l'ex presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, quest'ultimo in carcere per favoreggiamento alla mafia.
Secondo la testimonianza di Lo Verso, i quattro uomini politici avrebbero rappresentato una garanzia per Cosa nostra: "Non abbiamo problemi - gli avrebbe detto Mandalà per tranquillizzarlo - li abbiamo nelle mani".

Immediata la replica del Presidente del Senato, che in una nota ha fatto sapere attraverso il suo portavoce, Eli Benedetti, di "avere dato mandato ai propri legali di intraprendere ogni attività a tutela della propria onorabilità e immagine nei confronti del signor Stefano Lo Verso".

I legali di Dell'Utri, che, secondo Lo Verso, dopo le stragi del '92 "aveva preso il posto di Salvo Lima",  fanno sapere in una nota che "le dichiarazioni oggi rese al processo Mori da Stefano Lo Verso contro Dell'Utri, costituiscono l'ennesimo e calunnioso tentativo di coinvolgere il senatore in vicende politico-mafiose autorevolmente escluse anche dalla recente sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo''. ''Inoltre l'ulteriore affermazione di Lo Verso secondo cui uomini del centro destra, tra cui Dell'Utri, sarebbero stati 'nelle mani' di boss mafiosi, - aggiungono - contrasta in maniera stridente e oggettiva con tutta la legislazione antimafia, compreso l'inasprimento del 41 bis e l'irrigidimento delle misure di prevenzione che ha caratterizzato tutti i governi Berlusconi''. ''Ci si riserva, quindi, ogni adeguata iniziativa, in ogni opportuna sede, - concludono i legali - che accerti il mendacio e l'assoluta infondatezza di tali esternazioni''.

Nel corso dell'interrogatorio-fiume Stefano Lo Verso parla soprattutto delle confidenza che gli avrebbe fatto, tra il 2003 e il 2004, l'allora boss latitante Bernardo Provenzano a cui aveva fatto da vivandiere. Fu così che seppe dei particolari sulle stragi mafiose del '92 a Palermo. "Lo Stato lo sa chi ha voluto le stragi mafiose del '92", gli avrebbe detto Provenzano. "Si lamentava che non vedeva la moglie da tre anni e che non conviveva con lei da dodici anni. Quando chiesi a Provenzano perché - riferisce ancora Lo Verso - mi rispose: 'per colpa di altri. Le stragi sono state la rovina. In pochissimi sappiamo la verità: io, il mio paesano Riina, Andreotti e altri due che sono morti. Uno era Salvo Lima, che è  stato ucciso, per paura che non sopportasse il peso della verità sulle stragi e l'altro è Vito Ciancimino, che probabilmente è stato ucciso pure". E su Andreotti ha aggiunto: "Falcone e Borsellino furono uccisi perché avevano individuato la radice dell'organizzazione mafiosa. Siccome Andreotti lo aveva garantito nella latitanza, Provenzano doveva fare il favore".

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Da ipotesi investigativa legata uno scenario storico-politico-criminale incerto e frastagliato, la cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi del 1992 e 1993 diventa un capo d' imputazione formalmente contestato per la prima volta al generale Mario Mori, l' ex comandante del Ros dei carabinieri che nel gennaio ' 93 arrestò Totò Riina ed è accusato di non aver arrestato Bernardo Provenzano nell' ottobre 1995. Proprio nel processo per quella presunta mancata cattura, i pubblici ministeri palermitani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo hanno aggiunto al reato di favoreggiamento un' ulteriore aggravante rispetto a quella già contestata dell' aver agevolato la mafia: aver intavolato, portato a termine e rispettato le conclusioni della trattativa, appunto. In sostanza Mori deve ora rispondere di non avere volontariamente messo le mani su Provenzano, ricercato da un trentennio, «per assicurare a sé e ad altri il prodotto dei reati per i quali si procede separatamente, in esecuzione dell' accordo che, in cambio della cessazione della strategia stragista di Cosa Nostra, prevedeva la concessione di benefici di varia natura alla medesima organizzazione criminale e il protrarsi della latitanza di Provenzano, garante mafioso del predetto accordo». L' accordo sarebbe il frutto della trattativa, e i reati per cui si procede separatamente - minaccia a un Corpo politico-amministrativo e concorso esterno in associazione - sono quelli ipotizzati nell' inchiesta ancora aperta sul presunto patto tra i boss e rappresentanti delle istituzioni. In quel procedimento Mori è indagato insieme all' ex ufficiale dei carabinieri De Donno, al senatore Marcello Dell' Utri e alcuni capimafia. Nella ricostruzione della Procura, è come se fossero due tempi dello stesso film. Nel 1992, tra l' omicidio dell' esponente democristiano Salvo Lima e la strage di Capaci, il vecchio potere tenta di allacciare contatti con la mafia per capire che intenzioni ha, e dopo l' eliminazione di Giovanni Falcone, ma prima di quella di Paolo Borsellino, la ricerca di quei contatti arriva fino a Totò Riina. Anche attraverso l' abboccamento avvenuto tra i carabinieri del Ros (Mori e De Donno, appunto) e l' ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Nel salotto di «don Vito» salta fuori il famoso papello con le richieste del «capo dei capi» (che Mori ha sempre negato, dicendo di non saperne nulla), considerate troppo esose. A quel punto l' interlocutore mafioso cambia: non più Riina ma Provenzano. Il quale, a prescindere dall' eventuale ruolo nell' arresto dell' altro boss corleonese, garantisce la fine delle stragi; che nel ' 93 sono andate avanti per alleggerire il «carcere duro» imposto ai mafiosi attraverso l' articolo 41 bis dell' ordinamento penitenziario, ma poi si interrompono. E il nuovo capo della mafia resta libero. In questo quadro s' inserisce l' indagine sull' andamento altalenante del 41 bis tra il ' 92 e il ' 94, su cui pure proseguono le indagini. E proprio per meglio illustrare le diverse fasi della trattiva, divenuta il movente della presunta mancata cattura di Provenzano, agli atti del processo Mori sono state inserite le dichiarazioni del direttore dell' Ufficio detenuti dell' Amministrazione penitenziaria, Sebastiano Ardita, il quale nel libro Ricatto allo Stato ha ricostruito i passaggi dell' allentamento del «carcere duro» nel corso del 1993. Nel processo è entrata anche la testimonianza di Agnese Borsellino, la quale ha ricordato i sospetti del marito sulla sua imminente eliminazione voluta non soltanto da Cosa Nostra, e di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato» di cui il giudice Borsellino era venuto a sapere.

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Nel marzo 1993 i parenti dei detenuti per mafia sottoposti al regime del 41 bis tentarono di fare pesanti pressioni sul presidente della Repubblica dell'epoca, Oscar Luigi Scalfaro. Lo fecero con una lettera che è stata prodotta dai pm nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati della mancata cattura di Bernardo Provenzano. La lettera si prefiggeva di indurre Scalfaro a attenuare le "angherie" nei confronti dei detenuti.
Adesso il contenuto della missiva viene messo in relazione con la "trattativa" tra lo Stato e la mafia avviata nel periodo intercorso fra la strage di Capaci, del 23 maggio 1992 (in cui vennero uccisi Falcone, la moglie, gli agenti di scorta), e quella di via D'Amelio (in cui vennero trucidati Borsellino e gli agenti della sua scorta), del 19 luglio 1992.

Una delle richieste contenute nel "papello" mirava proprio all'abolizione del 41 bis, il regime del carcere duro. Alcuni mesi dopo, in effetti, l'allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò il regime carcerario duro nei confronti di alcune centinaia di detenuti. Conso ha sempre sostenuto che fu un'iniziativa personale.

I magistrati di Palermo non escludono che fosse una forma di "apertura" nei confronti degli interlocutori della "trattativa" mediata da Vito Ciancimino. La lettera di pressioni era indirizzata a Scalfaro, ma fu inviata anche al Papa, al presidente del Consiglio, a Maurizio (poi sfuggito a un attentato, a Roma) e a Vittorio Sgarbi.

Dopo avere elencato disagi e "angherie" i parenti dei detenuti, che comunque non si firmavano, si rivolgevano a Scalfaro come il più alto responsabile dell'Italia "civile" che, scrivevano, "ha a cuore i problemi degli animali, i problemi del terzo mondo, del razzismo e dimentica questi problemi insignificanti, perché si tratta di detenuti, ovvero di carne da macello".

"Noi ci permettiamo di farle notare - aggiungevano - che, continuando di questo passo, di detenuti ne moriranno, ma lei non si curi di loro, tanto si tratta di carne da macello. Per noi e per loro resta solo la consolazione che un giorno Dio, che ha più potere di lei, sarà giusto nel suo giudizio...".

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TRATTATIVA MAFIA/STATO: il senatore dell'Utri indagato
« Risposta #8 il: 24 Novembre 2011, 18:52:25 »
Il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri è indagato dalla Procura di Palermo nell'inchiesta
sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia.  Dell'Utri sarebbe accusato in questa indagine di violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario.
L'inchiesta, condotta dai pm Nino Di Matteo, Paolo Guido e Lia Sava, ipotizza l'esistenza di una trattativa tra Stato e mafia che negli anni avrebbe visto alternarsi diversi protagonisti istituzionali, politici e mafiosi.

Nell'indagine sono coinvolti, oltre ai boss Toto' Riina, Bernardo Provenzano e Antonino Cina', il generale dei carabinieri Mario Mori, il suo ex braccio destro al Ros, Giuseppe De Donno, Angelo Angeli, un ufficiale dei carabinieri che, pur avendo messo le mani sul 'papello' durante la perquisizione della cassaforte nella casa di Massimo Ciancimino
non l'avrebbe sequestrato, alcuni esponenti dei Servizi e lo stesso Ciancimino jr.

A tirare per primo in ballo Dell'Utri nell'indagine sulla trattativa e' proprio il figlio di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo. E' lui a raccontare al processo al generale Mori, imputato di favoreggiamento mafioso, di avere saputo dal padre di stretti rapporti tra il senatore e Provenzano. Don Vito avrebbe riferito al figlio anche che sarebbe stato proprio Dell'Utri, con l'avallo del boss di Corleone, a sostituirlo nella conduzione della trattativa che, fino al '92 sarebbe stata portata avanti da Ciancimino e dai carabinieri.

A fare il nome di dell'Utri ai pm e' anche il pentito Stefano Lo Verso che ha sostenuto di aver saputo da Provenzano che, dopo le stragi del '92 e del '93, Dell'Utri, ex manager di Publitalia tra i fondatori di Forza Italia, si sarebbe offerto come garante politico degli interessi di Cosa nostra. Dall'altra parte del tavolo ancora Provenzano che, in nome dell'accordo stretto, avrebbe assicurato il sostegno elettorale dei boss al partito dell'ex premier Silvio Berlusconi. E anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia
Gaspare Spatuzza, a cui il boss Giuseppe Graviano avrebbe detto che "grazie al paesano (Dell'Utri n.d.r.) e a Berlusconi la mafia aveva il Paese nelle mani", sarebbero finite
nell'inchiesta sulla trattativa condotta dai pm di Palermo.
 

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L' ultima intervista del Giornalista antimafia Pippo Fava, al giornalista  Biagi rivelatesi da subito  profetica sulla collusione della Politica con la mafia.


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Fava:
I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo…, cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità che credo faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice della gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia.


Biagi:
 E’ vero che la realtà spesso supera la fantasia?

Fava: Sì anche perché dalle mie esperienze personali mi sono trovato quasi sempre di fronte a fatti, fenomeni, personaggi che io non avrei osato a volte nemmeno immaginare. Se tu vuoi io posso citare…



Biagi: Io voglio, sì sì.

Fava:  Tu forse conosci la storia di Placido Rizzotto.

Biagi: Sì.
Fava: Placido Rizzotto era un sindacalista pazzo, pazzo alla maniera nobile del termine, il quale si illudeva negli anni ’40-’50 di poter redimere i poveri di Corleone e come un pazzo andava all’occupazione delle terre con delle bandiere tricolore, con delle bandiere rosse guidando folle di contadini affamati per l’occupazione del latifondo. Evidentemente era un uomo che dava molto fastidio al potere, alla proprietà, al padrone perché in effetti espropriava le terre sia pure abbandonandole, costretto ad abbandonarle perché non c’era acqua, non c’erano strumenti di lavoro, non c’erano case. Però era un uomo che gettava il seme della rivolta in un luogo, in una terra, in un territorio dell’isola che era stato sempre tradizionalmente dominato dalla mafia. E accanto a lui (ecco la cosa stupefacente) camminava, correva (perché i rivoluzionari corrono secondo tradizione) dietro alle bandiere rosse, alle bandiere tricolore seguiti da queste torme di contadini una ragazza che il mito descrive scarmigliata, bella, alta, bruna come le siciliane, come una Anita Garibaldi. Ed era la sua fidanzata, si chiamava Leoluchina Sorisi. Lavorava con lui, si batteva con lui,  lottava con lui, occupava le terre insieme ai contadini finchè un giorno Placido Rizzotto scomparve.
Placido Rizzotto è uno degli eroi dimenticati. Io qui vorrei fare una piccola parentesi e ti chiedo scusa ancora. Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia, lottano alla loro maniera naturalmente. Il fatto è che tutti gli uomini che sono caduti negli ultimi tre o quattro anni sono tutti siciliani. Gli eroi della lotta contro la mafia sono tutti siciliani con l’esclusione di Dalla Chiesa soltanto, il quale tutto sommato era anche lui un siciliano perché era stato a comandare i carabinieri di Palermo per tanto tempo. Ecco Placido Rizzotto era uno di questi eroi siciliani che spesso vengono dimenticati dall’opinione pubblica italiana. Placido Rizzotto scomparve, morì come credo nessuno sia morto, nel modo più orrendo possibile. Venne precipitato in fondo ad una spelonca del monte Busambra, un precipizio, una voragine di 300-400 metri e ritrovato dopo due anni. Venne precipitato giù vivo ed incatenato, cioè morì di fame e divorato dalle bestie della campagna. Quando i carabinieri e gli speleologi tirarono su questi miserabili resti umani, che vennero credo identificati attraverso una catenina che ancora quei resti avevano al collo, era presente Leoluchina Sorisi che riconobbe il cadavere e disse (riferiscono le cronache di allora) sicilianamente una cosa molto bella che io da siciliano non condivido ma che poeticamente amo: “Di chi lo uccise io mangerò il cuore”. Passò del tempo. Si seppe che l’assassino o comunque il mandante dell’assassino (o si ritenne di sapere che il mandante dell’assassino) era Luciano Liggio il quale era il Napoleone della mafia, il potere insorgente della mafia ed era inafferrabile, era una primula rossa. Beh, Luciano Liggio venne catturato in casa di Leoluchina Sorisi, nel letto di Leoluchina Sorisi, accudito e curato da questa donna. Non che ci fosse un rapporto umano. Però era nella sua casa. Io ho cercato questa donna, l’ho cercata a Corleone, l’ho cercata dovunque, da tutte le parti, non l’ho trovata più. Ecco qui la realtà va oltre qualsiasi immaginazione. Perché una donna che è innamorata di un uomo, che assiste alla sua fine e ama anche la sua maniera di morire, poi può far tenere dentro la propria casa e curarlo, accudirlo e nasconderlo l’uomo che si presume lo abbia ucciso?  




Biagi: Tu hai fatto una conoscenza diretta del mondo della mafia come giornalista?


Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra parte attraverso quelle che erano le cronache, le inchieste, le indagini che andavamo conducendo e che puntualmente abbiamo riferito sui nostri giornali.

Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi per esempio? Sono cambiati?

Fava: Un uomo sì. C'è un abisso (anche questa è una grande confusione che si fa) tra la mafia qual era vent'anni fa, quindici anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, ho avuto (con molta ironia lo dico) l'onore di essere stato l’unico ad intervistare Genco Russo, ad avere da lui un memoriale da lui firmato che iniziava con ''Io sono Genco Russo, il re della mafia''. Genco Russo era un uomo che governava il territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era non dico un omicidio ma uno schiaffo. Non c'era un furto, dove tutto procedeva nell’ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio ed aveva una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare, governava 15, 20 mila, 30 mila, 40 mila voti di preferenza di una parte della provincia. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinante perché bastava che Genco Russo spostasse non da un partito all'altro, ma anche all'interno dello stesso partito quella massa di voti per determinare la fortuna o l’infelicità di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione siciliana e spalancare con un calcio la porta degli assessori: perché lui era il padrone. Poi dopo la società corse avanti, si modificò tutto ed i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori, anche al massimo livello. Si fanno i nomi (non lo so, io non li conosco personalmente) dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i padroni della mafia, i governatori della mafia, i vicerè della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro e fanno quello che gli altri…non lo so, io adesso parlo di persone che sono incensurate, quindi presumo secondo l’accusa.


Biagi: L’America, i nostri compatrioti all’estero che parte giocano in tutta la faccenda?

Fava: La loro parte è senza dubbio importante, cioè loro sono gli apportatori di masse di denaro incredibili. Io ritengo che la loro parte soprattutto sia in quello che oramai è l’argomento fondamentale della strategia mafiosa, cioè il mercato della droga. Io ho fatto delle indagini piuttosto sommarie debbo dire che può fare chiunque. Mi sono reso conto di quella che attualmente è la struttura finanziaria della mafia. Questi sono degli studi che chiunque può leggere. Esistono attualmente al mondo circa 100 milioni di drogati. La cifra è molto più alta, ma ufficialmente sono quelli. Un milione dei quali muoiono ogni anno per overdose. Dieci milioni restano definitivamente inabili a qualsiasi attività umana. Gli altri 90 milioni che restano vengono continuamente aumentati di numero eccetera. Si presume che consumino questi cento milione di persone (che vivono soltanto nel mondo occidentale) dalle 15 alle 20 mila lire di droga al giorno. Secondo calcoli piuttosto banali, piuttosto facili (basterebbe una macchinetta) si tratterrebbe di qualcosa come 100 mila miliardi l’anno, i quali vengono manovrati quasi esclusivamente dalla mafia. Ora io mi sono posto questa domanda che credo si sia posta qualsiasi persona costretta per motivi professionali o per passione politica oppure per pura umanità ad interessarsi del problema. Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno,  più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano, in condizione di armare degli eserciti, in condizione di possedere delle flotte, di avere una aviazione propria. In effetti sta accadendo che la mafia si sia ormai pressocchè impadronita, almeno nel medio oriente, del commercio delle armi, del mercato delle armi. Ecco gli americani contano in questo. Però neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia come mafiosi se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che di questi centomila miliardi, un terzo, un quinto resta in Italia e bisogna pure impiegarlo in qualche modo, bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E allora ecco le banche, le banche nuove, questo pullulare, questo proliferare di banche nuove dovunque che servono per riciclare. Il Generale Dalla Chiesa lo aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, quella che lo portò alla morte. Era dentro la banche che bisognava frugare perchè lì c’erano  decine di migliaia di miliardi insanguinati che venivano immessi dentro le banche e ne fuoriuscivano per andare verso opere pubbliche. Ritengo che molte chiese siano state costruite con appalti avuti da denari mafiosi insanguinati.



Biagi: Il padrino è quello raccontato da Mario Puzo o è un altro tipo?
Fava: Sì in parte penso di sì. E’ un uomo saggio e crudele, il quale ha saggezza su tutto e una crudeltà senza limiti, disposto ad ammazzare o a fare ammazzare anche il figlio se dovesse essere il caso. Per il mafioso è una causa. Per Genco Russo la mafia era una causa. Per il mafioso moderno nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi, i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze. Questo è un dato che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia soltanto il potere, cerca anche la sua ricchezza personale, perché dalla ricchezza personale deriva potere e deriva la possibilità di avere sempre quei 150 mila, 200 mila voti di preferenza. Perché purtroppo la struttura della nostra civiltà politica è questa. Chi non ha soldi 150 mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai.



Biagi: Una volta si diceva che la forza dei mafiosi era la capacità di tacere. E adesso?
Fava: Io sono d'accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Sì certo, si cerca di tirar fuori le mani, di tenerle in alto quando c’è qualcuno che sta per essere ammazzato, l'alibi personale, l’alibi morale. Ma non credo ci sia questa paura, questa necessità di far silenzio. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Biagi: Come sono le donne dei mafiosi?
Fava: Quasi inesistenti. Io non ne ho conosciuta alcuna. Ho conosciuto le donne delle vittime dei mafiosi e loro sono delle donne straordinarie.



Biagi: Cosa vuol dire essere ''protetti'' secondo il linguaggio dei mafiosi?
Fava: Essere “protetti” significa poter vivere dentro questa società. Ho letto un'intervista esemplare nei giorni scorsi a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l'ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale. E’ una legge mafiosa che è stata esportata, è venuta su dalla Sicilia, fa parte ormai della cultura nazionale: non si fa niente in Italia se non c’è l'assenso del politico e se il politico non è pagato. Ecco noi viviamo in questo tipo di società e in questo tipo di società la protezione è indispensabile se qualcuno non vuol condurre la vita da lupo solitario. Che può essere anche una scelta, può essere anche affascinante, essere soli nella vita e non avere né aderenze né protezione da alcuna parte, orgogliosamente soli fino all'ultimo. Questa può essere una scelta, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.


Biagi: Non hanno questa vocazione alla solitudine. Secondo voi cosa bisognerebbe fare per eliminare questo fenomeno? Fava.

Fava: Tu fai una piccola domanda che avrebbe bisogno di una enciclopedia. Posso dirti soltanto che a mio parere tutto parte da una assenza dello Stato e dal fallimento della società politica italiana. Bisogna ricominciare da lì. Forse è necessario creare una seconda Repubblica in Italia. E’ tempo di creare una seconda Repubblica  che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che eliminino il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso o della sua avidità o della ferocia degli altri o della paura o comunque in ogni caso che possa essere soltanto un professionista della politica. Tutto nasce da lì, dal fallimento della politica e degli uomini politici, della nostra struttura politica e forse della nostra democrazia così come noi l’abbiamo  in  buona fede appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando fra le mani. Dovremmo ricominciare da lì.



Pippo Fava venne  assassinato da Cosa Nostra a Catania, il 5 gennaio 1984, con il beneplacito connivente dei mandanti esterni, quel grumo di potere politico-imprenditoriale che il suo giornalismo libero e impegnato osava sfidare.

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PROCESSO GENERALE CC MORI: svelato il giallo del 41 Bis non rinnovato
« Risposta #10 il: 05 Gennaio 2012, 22:31:31 »
Una nuvola misteriosa avvolge da quasi vent'anni la mafia e la magistratura italiane: nel 1993, 334 provvedimenti di carcere duro (41 bis) per altrettanti mafiosi non vennero rinnovati dall'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso. Il giallo è stato riportato alla luce dalla deposizione di Sebastiano Ardita, magistrato e per 10 anni direttore generale dei detenuti e del trattamento al Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria.
Il teste, citato al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia, ha raccontato ai giudici che la decisione di Conso non fu solitaria, ma ebbe origine nel confronto serrato che ci fu sulla questione tra l'allora capo del Dap Adalberto Capriotti e via Arenula già a giugno del 1993.
Questo particolare è importante perché secondo i pm proprio il 41 bis sarebbe stato uno dei punti oggetto della trattativa tra lo Stato e la mafia, trattativa di cui, sempre secondo la Procura, Mori sarebbe stato uno dei protagonisti.
Oltre al mancato rinnovo, Capriotti proponeva di limitare del 10% le applicazioni del carcere duro decise, dopo la strage di via D'Amelio, dall'ex Guardasigilli Martelli nei confronti di 500 mafiosi di alta pericolosità. Ardita ha anche sottolineato la singolarità della prassi con cui si fecero scadere i provvedimenti, prassi mai più ripetuta.
Intanto la procura di Palermo ha depositato agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia, il verbale di sommarie informazioni rese il 3 dicembre scorso ai pm del capoluogo dall'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti, sentito allora nell'ambito dell'indagine sula trattativa tra Stato e mafia.

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Parlando di un episodio avvenuto nell'ottobre del 1995 in un casolare di Mazzojuso, nel Palermitano, di un summit a cui avrebbe partecipato anche Bernardo Provenzano e che e' l'episodio-chiave del processo che vede alla sbarra il generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, il maggiore Giovanni Sozzo ha sottolineato: "Molto prima che la vicenda diventasse oggetto di dubbio la cosa mi fu piu' volte illustrata in chiave didattica.

 Questo avvenne ben prima che si avanzassero dubbi. Il generale Mori e il capitano De Caprio mi parlarono del caso di Mezzojuso come un caso di scuola". Secondo una ricostruzione, Luigi Ilardo aveva raccontato ai carabinieri del Ros di un incontro che sarebbe avvenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare di Mezzojuso e a cui avrebbe partecipato anche Bernardo Provenzano. Ilardo, poi ucciso in circostanze misteriose aveva raccontato al Ros dei carabinieri dell'incontro previsto a Mezzojuso. Il 31 ottobre Ilardo incontro' Provenzano nel casolare di Mezzojuso ma non scatto' nessun blitz. Da qui la convinzione della Procura di Palermo che i due imputati, Mori e Obinu, avessero favorito la mancata cattura di Provenzano, poi arrestato nell'aprile 2006. "Sapendo che Ilardo avrebbe dovuto incontrare Provenzano -ha spiegato oggi Sozzo- la cosa piu' giusta era predisporre un servizio di osservazione per verificare la veridicita' della fonte confidenziale. Dopo di che bisognava contattare la fonte confidenziale al fine di conoscere il luogo dover era stata condotta. Pedinare un uomo in aperta campagna richiede un dispositivo differente dal solito. Insomma, intervenire alla cieca avrebbe bruciato la pista investigativa e messa a repentaglio la vita dell'informatore stesso". Il processo e' stato rinviato al prossimo 24 febbraio per ascoltare l'ex presidente del Senato Nicola Mancino.

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La Procura di Palermo ha depositato agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al colonnello dell'Arma Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia, oltre mille pagine di attività integrativa di indagine. In particolare i pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo hanno depositato tre verbali di interrogatori fatti all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. L'ex ministro - sentito ad aprile, prima da solo e poi in confronto con il collega Claudio Martelli, e a dicembre scorso - è ritenuto dai pm uno dei personaggi chiave per ricostruire il periodo della cosiddetta trattativa vista la sua permanenza al Viminale dal 28 giugno del '92 al '94, periodo cruciale, per i magistrati, del presunto patto stretto tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Il pentito Giovanni Brusca ha indicato Mancino come «terminale finale» del papello, l'elenco con le richieste che Totò Riina avrebbe fatto allo Stato in cambio della fine della strategia stragista. Mancino ha sempre negato l'esistenza di una trattativa. L'ultima volta, a dicembre scorso, l'ex ministro è stato sentito sulla sua nomina al Viminale. La decisione di togliere, nel giugno del 1992, a Vincenzo Scotti l'incarico di ministro dell'Interno e di assegnarne la guida a Mancino sarebbe stata, secondo Scotti, «improvvisa». Mancino ha detto ai pm di non avere idea del perchè venne scelto alla guida del Viminale. Sulla vicenda sono stati depositati anche gli interrogatori degli ex segretari della Dc Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani. De Mita ha parlato di «un normale avvicendamento». L'ex segretario Dc ha spiegato che agli Esteri serviva un personaggio di spicco come Scotti e di non sapere nulla delle assicurazioni ricevute dal collega di partito, fino alla sera prima della nomina, circa una sua conferma al Viminale. Forlani, come De Mita, ha ricondotto a ragioni politiche la sostituzione di Scotti. I pm hanno depositato anche nuovi interrogatori di Nicolò Amato e Adalberto Capriotti, i due capi del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che si avvicendarono nel 1993. In particolare, Capriotti ha dovuto rendere conto del documento con cui il 26 giugno proponeva, per distendere il clima, una riduzione del 41 bis per i boss irriducibili e il non rinnovo del carcere duro per oltre 300 mafiosi di media pericolosità. «Ero arrivato da poco, praticamente me lo fecero firmare», si è difeso Capriotti che ha indicato nel suo vice, Francesco Di Maggio, nel frattempo morto, l'ideatore della strategia della distensione. Tra i documenti a disposizione delle difese, i pm hanno inserito anche il verbale di Giuseppe La Greca, capo di gabinetto dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso.